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Ma non è giusto che io dia un premio a chi me li ha fatti prosperare? Tu fai tutto, qui dentro; e sai tutto; sii dunque tutto, prendendo dalle mie mani la mano di Fulvia. —

A Virginio si gonfiava il cuore dalla goia; e una nuvola bianca gli passava davanti agli occhi.

— No no, — diss’egli, con voce soffocata dalla commozione, e agitando il braccio davanti a sè, come se volesse scacciar quella nuvola. — Non son degno; pensateci bene, signor Demetrio; non son degno di tanto. —

E pensava, in mezzo alle frasi rotte che gli uscivano di bocca, pensava a quella grande novità, che gli faceva capitar la fortuna, come una tegola sul capo! Lui, lui, il marito di quella vezzosa fanciulla, che amava tanto, senza avere ardito mai di confessarlo a sè stesso? Non mentiva, non fingeva un sentimento di cerimoniosa modestia, dicendosi indegno di lei: esprimeva un sentimento vero e profondo, il sentimento della sua pochezza, della sua nullità, al paragone di quella stupenda creatura, tanto ricca per lui, poveraccio, e così nobilmente educata, che sapeva tante cose, che era tutto un tesoro di bellezze, di grazie, di eleganze, di cognizioni, che scriveva e parlava facilmente come la sua stessa lingua il tedesco, l’inglese, il francese. Questo, per verità, aveva incominciato ad insegnarglielo lui: ma nei primi elementi grammaticali, non avendo tempo nè modo di andare troppo oltre; ed oramai la scolara ne sapeva assai più del maestro.

Quel giorno medesimo, a farlo apposta, si era presentato all’uscio della cartoleria un povero artigiano francese, venuto a piedi dalla via dell’Appennino, chiedendo alla bontà della gente i mezzi di proseguire il suo viaggio fino alla più vicina città, dove potesse trovare un consolato della sua nazione. La signorina Fulvia era là per caso, e gli aveva parlato lei, con tanta padronanza della lingua francese, con tanta esattezza di termini ed eleganza di pronunzia, che il viaggiatore trasognato le aveva chiesto se fosse parigina, o se fosse vissuta lungamente a Pa-