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Mercurano la ripigliava, Mercurano, grossa terra ma rustica e volgare, borgo grasso condannato a non uscir mai dalla sua modesta condizione di borgo. La popolazione era tutta di piccoli possidenti, fittaiuoli, agricoltori ed artieri. Ci calavano alla domenica i contadini a frotta, tutta gente operosa, abbastanza agiata, ma rozza. A primavera inoltrata ci capitavano i signorotti, che avevano poderi nei dintorni, e che solo per quattro o cinque mesi dell’anno facevano il sacrificio di vivere in città. Nell’estate e per una buona parte dell’autunno ci si alternavano ancora molte famiglie di villeggianti, distribuendosi nei castelli turriti dei poggi vicini o nei palazzi di campagna sparsi lungo le strade maestre, dietro cancelli di ferro e pilastri di mattoni, che in mezzo a terreni solo divisi da siepi basse di biancospini avevano l’aria di chiudere ai profani il piccolo parco di abeti e di tuie, formato intorno al monticello della ghiacciaia, o al fosso delle tinche decorato col nome di lago.

Era il bel tempo di Mercurano; e allora ci capitavano anche compagnie di saltimbanchi, che nelle tiepide sere tiravano gran gente sulla piazza maggiore, dando a quei terrazzani l’illusione d’un circo; e torme di zingari, e domatori di belve, e burattinai, lavoratori indefessi alla gran fabbrica dell’appetito, che avevano Mercurano per una piazza eccellente. Ma quello era il lusso di tutti i borghi, e fuori di lì Mercurano doveva rinunziare ad ogni altra ambizione. Anche il suo nome, che ricordava il più umile, il più borghese tra tutti gli dèi dell’Olimpo, non era fatto per rilevare gli spiriti alla contemplazione di più vasti orizzonti. La reduce di Lodi si adattò malinconicamente a ciò che non poteva mutare: ma si richiuse in sè stessa, al repentino contatto della brutta realtà, come la sensitiva al primo tocco di ruvide mani.

Per intanto, dopo la prima visita sommaria che aveva fatto al Bottegone, non si arrischiò più a metter piede in pizzicheria, e neanche nelle due stanze vicine dell’appalto e della drogheria.