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lame, i birbanti! Era una cosa che gridava vendetta. Aggiungi che stando sull’uscio a masticar la mia rabbia, vedevo delle ladrerie senza esempio. Allora.... —

E qui il signor Demetrio assumeva un’aria, tragica, levando il braccio sopra la testa, e trinciando l’aria davanti a sè con un fendente della sua mano poderosa.

— Allora, da galeotto a marinaio, ne pensai una e la mandai ad effetto, coll’aiuto di Dio. Voi fate tutti il ridosso a me? Ed io vo’ farne uno a tutti voi altri. Voi lavorate in formaggi e salati per farmi noia? Ed io lavorerò in pannine, in tessuti, in ogni cosa. Ah, la vedremo. E cominciai da quel giorno a disporre le cose mie per l’anno seguente; e tanto ci lavorai attorno, che alla nuova fiera facevo ancor io la mia mostra, e ricca quanto la loro, vendendo tagli di gonnelle e di calzoni, calze e rocchetti di refe, chiodi, stringhe, bollette, fettucce, e trombe, e zufoli, e zufoletti.... Scusami, sai, senza allusioni per te; — soggiungeva qui il signor Demetrio, interrompendosi, e volgendo insieme colla parola un gesto amorevole a Virginio Lorini.

— Dite pure, signor Demetrio; — rispondeva Virginio, sorridendo del suo placido sorriso. — È il nome che mi avete dato, prendendomi al vostro servizio; e m’ha portato fortuna.

— Come tu a me, ragazzo mio, e tutti pari. Dunque dicevamo.... dicevamo che gliel’ho fatta, a tutti quei ridossi del malanno. E incominciarono a gridar loro, come avevo gridato io, a strillare che li rovinavo colla mia concorrenza! Di che vi lagnate? Se ci fossero capitati qui, ad ogni fiera, otto o dieci, magari cento merciaiuoii di più, non sarebbe stata la medesima zuppa? Io, del resto, avevo qui il diritto del primo occupante; senza contare che, come proprietiario della bottega mia, e della casa annessa pagavo le mie brave tasse per tutto l’anno al governo e al comune. E ne acquistavo un’altra, delle botteghe, e un’altra ancora, con tutto quello che ci stava di sopra, fino a raggiungere le bellezze