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— Povero bambino! — riprese Fulvia, ritraendosi indietro, per guardarlo meglio nel volto, e non abbandonando tuttavia le mani di lui. — Ti hanno dato quel nome per celia affettuosa, non già per ischerno, lo sai. Eri alto così, dicevano. Anche il pioppo incomincia dall’esser alto così; poi cresce, va su, sempre più su, come tu sei andato, a fronte scoperta, maestro mio buono, forte del tuo ingegno, ornato delle tue virtù, angelo Gabriele e san Giorgio.

— Signora.... — gridò Virginio, turbato.

— Signora! — ripetè Fulvia. — Che cos’è questo titolo? Non lo voglio, sai? non lo voglio.

— Fulvia! — balbettò timidaimente Virginio.

— Ah, così va bene; — diss’ella. — E vuoi tu che bruciamo questa pagina sciocca?

— Non è mia; — rispose egli, chinando la fronte.

— Lo so bene; — replicò ella con aria di trionfo. — È tutto mio, qui. E questo per intanto alla fiamma purificatrice. —

Così dicendo accostava il vecchio foglio di carta, tutto gualcito e rappezzato, alla fiamma della lucerna. Guizzò la carta; si arricciò divampando; si aggrinzò facendosi bruna, mentre per la sua superficie rosolata correvano vagabonde scintille d’un rosso vivo, andando veloci a spegnersi in aria.

— Ecco, — disse Fulvia, ridendo come una pazza bambina. — Vanno a letto le monachine. Che spettacolo sarebbe, per Guido e Lamberto!

— Ahimè! — gemette Virginio. — Di un altro....

— Taci! — fu pronta a dirgli la bella vittoriosa. — Sono i miei; ti adoreranno. —

E palpitante, perduta d’amore, gli si gittò nelle braccia.

FINE.