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Queste non erano ragioni a cui potesse badare lo Spilamberti, acciecato dalla collera. Gli avevano rubata la donna: chiunque fosse colui che gliel’aveva rubata, doveva rendergli conto del fette. Voleva lasciar lui, non essere lasciato; per la prima volta che ciò gli accadeva, il conte Attilio si sentiva umiliato. Il denaro che aveva preso in prestito dal principe Boturescu non era poi una gran somima; vendendo i suoi gioielli, poteva restituirla. Prima di giungere a quella estremità, avendo ancora avanti a sè tutta una notte, giuocò arditaanente, da pazzo, da disperato, ed ebbe fortuna nel giuoco. La sorte ha di questi capricci; e la sorte lo mandò ben provveduto la mattina seguente a Brusselles, dove si sapeva che il Boturescu era andato a far testa.

Il principe non era fuggito per evitare lo Spilamberti, bensì per mettere in salvo la sua conquista ed appagare un desiderio espresso da lei. Non credeva per altro all'inseguimento; sperava un accomodamento amichevole. Ai padrini che andavano a portargli la sfida, che erano pure amici suoi, disse pacatamente, parlando a fior di labbra: «Perchè non ringraziarmi? Non la poteva più tenere, che diamine! Basta, non indaghiamo; sono a’ suoi ordini.»

Anche volendo, non c’era da indagare poi molto. Il conte Spilamberti non tollerava l'offesa fatta al suo amor proprio. Poteva aver perduto il senso morale; gli restava ancora, e vivissimo, il senso cavalleresco. Così un vecchio albero, di castagno o d’olivo, perduto da anni e anni il midollo, vive ancora per la corteccia. Non si ha in certi casi più onore; si ha ancora il punto d’onore; ed è un «perfetto gentiluomo» chi sa farlo valere.

Sulla frontiera del Belgio avvenne lo scontro, alla pistola, a venticinque passi di distanza, col diritto di avanzare ogni cinque ad ognuno dei due combattenti. Attilio Spilamberti non era un vile, e fece subito i suoi cinque. L’altro non volle essere da meno, e lo imitò prontamente. Le palle sono cieche; ma qualche volta vedono bene gli