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cimila volte no. Dunque? Dunque via l’altro corno, e del dilemma non restava più neanche l’ombra.

Si stette un pezzo ad almanaccare su quel caso difficile. Nessuna questione più grave si era offerta mai alle meditazioni di casa Bertòla; nessuna maraviglia adunque che ci si meditasse per tre mesi, quanto durarono le vacanze, dopo l’ultimo anno di studi che la bambina aveva passato nelle scuole di Mercurano. Finalmente una risoluzione fu presa; ma solamente perchè bisognava prenderne una, e nel dubbio non si poteva restare più a lungo, essendo venuto l’ottobre. Zufoletto si adattò al male minore, ch’egli stesso aveva dovuto consigliare; si adattò a veder andare la bambina in conservatorio.

Era tanto intelligente, quella cara piccina, che sarebbe stato davvero un delitto non farla studiare, non darle un’istruzione di tutto punto, rinunziare per lei a quel corredo di cognizioni, che parevano fatte a bella posta per la sua mente, come i fiori pel ramo. La casa Bertòla, ricca abbastanza, poteva far le cose alla grande; e per chi le avrebbe fatte, se non per l’unico rampollo, per l’erede di tutto?

Accolto il partito, Zufoletto cercò, domandò informazioni intorno al luogo più adatto. Gli avevano detto di un buon collegio di Toscana; ma era troppo lontano, se mai fosse bisogno di andare a vedere l’educanda. Gli avevano vantato un colleo di Milano, ma quello, se era abbastanza vicino, non pareva per contro il più conveniente, tra la confusione e gli svaghi di una grande città. La conseguenza di tante indagini e di tanti studi preliminari fu questa, che Fulvia Bertòla entrò a mezzo ottobre nel reputato collegio delle Dame inglesi di Lodi; bel luogo signorile, ottima postura, sulla riva destra del Lambro, con un giardino ancora più inglese delle Dame sullodate; e sotto la mano, finalmente, non in capo al mondo, per tutte le piccole corse che al babbo paresse opportuno di fare.