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— Che cos’è? — domandò questa, mostrando di non intendere la frase.

— Ma sì, carina. Il profeta disse un giorno alla montagna: «Vien qua». La montagna non venne; allora il profeta andò lui alla montagna.

— Non vado in nessun luogo; — riprese Fulvia minore.

— E sei in collera con me; — sogunse Fulvia maggiore, andando per la via più breve al suo fine. — Ma che cosa ne posso io?

— Non vi chiedo giustificazioni, madrina; — rispose Fulvia minore. — Quantunque, se si dovesse venirci, quella dote così male assicurata....

— Vero; — replicò la contessa Sferralancia. — Ma dovevo io credere che Possidonio Zocchi fosse quel tristo soggetto che si è poi dimostrato? E potevo immaginare d’altra parte che tuo padre, uomo d’affari, non facesse per conto suo una verifica dello stato ipotecario del conte Attilio? À lui spettava il farla; noi tutti dovevamo credere che l’avesse fatta, e recente.

- Benissimo; — commentò la contessa Spilamberti, con un riso sardonico; — ed è nostra la colpa di tutto.

— Non voglio dir questo; — riprese la Sferralancia, tentando di riavviare le cose. — E dopo tutto, lasciamo le recriminazioni sul passato; vediamo il presente. I denari vanno e vengono, è il loro uffizio, com’è delle anime grandi il non darsene pensiero. Piuttosto è da procurare che non si rovini per questo, nè per altro, la pace delle famiglie. C’è anche di mezzo il decoro: non ci pensi? Non bisogna far ridere il mondo. Ti dico un po’ male queste cose; ma tu le intendi, e mi basta. L’uomo che ha avuto dei torti, e sian pur gravi, verso di te, è sempre il padre dei tuoi figliuoli.

— Ed io ne sono la madre; — rispose la Spilamberti. — Ai miei figli basto io; per fortuna, il padre loro non è riuscito a rovinarli del tutto. E basti di ciò, ve ne prego; sappiate che non sono disposta a perdonare. —

Non ci sarebbe stato da rispondere più altro.