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— Oh infine, chi ci ha da fare ci pensi; — conchiuse il signor Demetrio in cuor suo. — Chi ci ha da fare e mia figlia, che ha buona testa e studio sufficiente per vedere l’utilità di difendersi. Quanto a Virginio, chi ne capisce niente? Mi sta abbottonato peggio d’un carabiniere, quel benedetto ragazzo! Eppure, io scommetto che quello ne sa più di noi tutti; molto di più, in verità, perchè noi non sappiamo niente, e tiriamo avanti colla speranza che non sia mai peggio di così. —

Certamente, il suo segretario sapeva qualche cosa. Molto o poco che fosse, doveva essere informato di ciò che succedeva fuori di là. Virginio riceveva sempre lettere su lettere, da Modena, da Bologna, da Milano. E non erano lettere pel Bottegone, perchè le risposte non comparivano a libro. Ed anche, nel corso di quei quaranta giorni, il suo segretario si era allontanato da Mercurano due volte. Perchè? Per affari suoi, diceva egli; e non c’era verso di cavarne più altro.

Intanto, tra bene e male, per quaranta giorni si era vissuti tranquilli, e le cose del Bottegone avevano ripreso il loro andamento regolare. In capo a quei quaranta giorni, come la settimana di passione dopo la quaresima, capitava un messaggero di fuori via in casa Bertòla. E qual messaggero! Il signor Demetrio si meravigliò grandemente che avesse ancora la sfacciataggine di presentarsi a lui, dopo la parte che aveva presa nei fatti suoi e nei preliminari d’un certo contratto.

Ma il conte Sforralancia, poichè di lui si trattava, non era a rigor di termine uno sfacciato; era a mala pena uno scemo, a cui facevano fare una parte piuttosto che un’altra; vera banderuola esposta a tutti i venti, che girava da questa parte o da quella, secondo gli altri soffiasse. Portava il suo solito sorrisetto, che metteva in mostra le sue solite file di denti gialli, la sua vecchia zazzeretta tra il bianco e il rossigno, le sue gambettine, i suoi passettini corti, tutto insomma sè stesso; nient’altro che sè stesso, per