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Fulvia era un angelo ricoiutello, che in tutto il paese non si ricordava d’aver mai visto il compagno. Che furori, quaaido fu tnandata per la prìma volta alla scuola, e là, di primo acchito, si ritrovò la prima della sua classe! Notate che l’avevano, dopo un accurato esame, fatta saltare dalla prima alla seconda; e un mese dopo, per non far torto alle altre bambine, bisognò sbalestrarla alla terza. Lassù la trattennero, quantunque, per ciò ohe sapeva, fosse da collocarla in quarta. Ma per la quarta, forse, era ancora troppo piccina, ed avrebbe fatto per un altro verso sfigurare le grandi. Quella diavolina sapeva già tutto quello che nelle elementari s’insegna a bambine e bambini. Leggeva con una esattezza, con una grazia, con un sentimento, da far restare a bocca aperta. E come recitava, poi! Bisognava sentirla nella «Vispa Teresa», nella «Bambola nuova» e nella «Nostra Regina»; c’era da divorarsela coi baci.

In breve, di lì a due anni di scuola, per ciò che riguardava la cultura intellettuale, non c’era più niente da insegnarle, o, per dire più veramente, da farle ripassare, nelle scuole femminili di Mercurano. Di cucito e di ricamo era entrata più debole: ma in quei due anni aveva fatto prodigi. Anche per quel lato era un «fenomeno vivente»: cosa che traeva le prime risate di bocca al signor Demetrio; le prime, dico, dopo la morte della signora Giuditta.

— Signor Demetrio, — dicevano le maestre, — bisogna pensarci, a questa bella bambina. È un portento. Qui non c’è più una scuola per lei. Bisognerebbe metterla anche alle lingue, per le quali ha una disposizione singolare. Sa già un po’ di francese. O dove lo impara? —

Il signor Demetrio lo sapeva benissimo, dove lo imparasse sua figlia. Ma non voleva gittarne il segreto alle turbe.

— Eh, capirete; — rispondeva ammiccando; — ci sono tanti libri, nel Bottegone! Chi va al mulino s'infarina; figuriamoci poi chi ci sta di casa. —

Qualche amico era andato più oltre; aveva mes-