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a me, mi capisci? Ed io, stupidissima bestia, che volevo rimettervi in pace! Ah, per tutti i diavoli, ne sono ben venuto a capo!

— Non ci sarebbe mancato altro; - disse Fulvia, sorridendo ancora, come aveva fatto poc’anzi. — Dovevi pure intenderla, che non era cosa da sperare, nè da desiderare, per la pace di tutti. Abbi pazienza, — soggiunse ella, vedendo che suo padre non era intieramente del suo parere. — Troppo ti è costata la mia follìa; non metterci anche di giunta la salute, ti prego. Suvvia, babbo! Vogliamo noi non pensarci più per quest’oggi? Sarà il miglior modo di non pensarci più domani, nè poi. —

Quello del signor Demetrio era poco male, dopo tutto, ed egli poteva consolarsi di due impertinenze, che sapeva di non meritare. Inoltre, non doveva esser da meno di sua figlia, che mostrava di prender le cose con tanta filosofia.

— Benedetta figliuola! — diss’egli tra sè. — Ha una forza d’animo che molti uomini le potrebbero invidiare. Ma già, si capisce, ha tanto studiato sui libri! E in quello della vita, niente? Poveraccia! poveraccia! Eccola qui, mal maritata, con una separazione in vista, e con uno stato di vedovanza poco piacevole, perchè il marito è vivo. Oh, quello là si può giurare che campa cent’anni. Han le ossa dure, i bricconi. Se si trattasse d’un povero padre di famiglia, non dico di no; in quattro e quattrotto sarebbe spacciato. Ma infine, di che mi lagno io? Plebeo e villan rifatto fin che ti piacerà, conte spiantato e vomitato dall’inferno! Ma ci guadagno di tenermi la mia figliuola con me, e di non lasciarcene più altri, di quei poveri soldi, che aiutano così bene a sopportare le miserie della vita. —

Di non lasciarci più altro! Il signor Demetrio cantava troppo presto vittoria. La mattina sedente, armatosi di coraggio, ripigliava il suo doppio ufficio di computista e di cassiere della azienda sua propria, un doppio ufficio che non avrebbe dovuto mai lasciare ad altri, specie per la seconda e più gelosa sua parte. Ahimè! visi-