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cio, lasciando Roma per Firenze; un viaggio del quale voi non intendeste le ragioni, ma che vi lasciò di pessimo umore per due settimane. Volete che su questo capitolo io scenda a particolari più minuti, per finire di convincervi, di persuadervi? No? e sia pure, tronchiamo; ma voi riconoscerete lealmente che io so tutto di Roma.

— E anch’io so tutto di qui; — ribattè il conte Attilio, che oramai non poteva più reggere al sarcasmo.

— Di qui? — rispose Fulvia, non intendendo alla bella prima che cosa volesse dire il suo signore e padrone. — Mi farete cosa grata ad informarmene voi, tanto che io non abbia da fare altre indagini.

— Oh, non girate il discorso, signora; so tutto di qui.... e di voi; — ripigliò il conte Attilio.

— Di me? di me? Ragione di più perchè non mi facciate aspettare le vostre notizie; — rispose Fulvia, con piglio di grande alterezza. — Finora ci siamo contristati; ora rideremo. Dite, dite tutto ciò che sapete.

— Dico, sì.... — ripigliò egli furente, — dico che ho fatto qui e faccio ancora una figura ridicola. E vi dia pure occasione di ridere, come desiderate; ma questa figura ridicola a me non conviene, ve ne avverto, non conviene. Voi avete dato importanza a cose da nulla, a vere sciocchezze. Perchè, quanto al denaro, sapete bene che non lo ha divorato nessuna Erikow. Quella donna era una cara, troppo cara conoscenza del principe Andolfi, che credo l’abbia poi seguitata a Firenze. Ho usato qualche cortesia, più per lui che per lei.... Del resto, in certe cose, non bisogna dimenticare che l’uomo è uomo e che la donna è donna.

— Siete profondo; — disse Fulvia. — Ed io ammetto volentieri la vostra tesi. È un’infamia; ma io l’accetto come una massima oramai giustificata dall’uso. È tanto antica, difatti! Ad Ulisse è permesso amoreggiare con Circe e con Calipso, ed anche di frascheggiare con Nausicaa; ma guai a Penelope se si lascia smuovere dal suo telaio,