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sciuta, che egli non ci si raccapezzava più. La cassa, poi, era un vero fastidio; tutte le sere doveva metter dentro quattrini.

— Denari! — borbottava, ricevendo i biglietti, le lire d’argento, i soldi e i soldoni di rame. — Denari! sempre denari! Al diavolo! — soggiungeva qualche volta, gittando i rotoli con atto di comica stizza, per modo che si rompeva l’involto, e le monete ne schizzavano fuori. — Quando sarà finita la musica? —

Queste erano chiacchiere, in fondo. I denari si sparpagliavano, ma nel grembo ferrato della cassa forte. E quella cura d’incassare la serbava sempre per sè. Al suo nobilissimo genero lasciava piuttosto quell’altra di tener d’occhio la vendita.

Era quella un’occupazione pel conte Attilio; il quale ci recò subito tutto il suo sentimento di superiorità, tutti i suoi istinti d’autorità. Voleva saper d’ogni cosa, e più che non sapessero tanti commessi invecchiati nel mestiere; dispensava consigli a destra e a manca, e quando gli si muoveva qualche osservazione rispettosa, non erano più consigli, ma ordini. Ben presto fu là dentro una gran confusione ed un continuo vocìo. Sotto il governo di Virginio Lrorini non c’era neanche bisogno d’aprir bocca; ogni cosa andava da sè. Pure, tanta è la cattiveria umana, e così prevale nei cuori la soddisfazione per l’altrui male, che i più non guardavano al proprio danno, pur di rallerarsi della cacciata di Virginio Lorini. Perchè infatti era stato cacciato; il conte Spilamberti era apparso, e da quel giorno il gran segretario, il taciturno iddio del Bottegone aveva incominciato a tremare sul suo piedistallo; finalmente era stato costretto a cedere il campo, e a tutti i suoi antichi soggetti era parso di respirare per la prima volta con libertà. Il successore gridava un po’ troppo; ma almeno, viva la faccia sua, parlava, faceva sentire il suono della sua voce; a certe ore, poi, sapeva ridere, far la burletta; inoltre, miracolo inaudito, alla fine del mese faceva una verifica di magazzino per semplice apparato, come uno che osservi una