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nandosi quanto più facciamo strada per raggiungerlo! Qui, qui, dove siam nati, c’è tanto di bene! l’unico bene della vita, accanto alle tombe di quelli che non sono più, ma ancora e sempre nell’aria ch’essi hanno respirato, nelle consuetudini oneste in cui sono vissuti. —

E avrebbe proseguito dell’altro, la bella signora: ma vide la faccia di suo padre, che esprimeva un grande stupore, misto d’un senso di paura, e si fermò d’un tratto a mezza strada.

— Ti sembro un po’ matta, non è vero? — ripigliò poi con accento mutato.

— No, non dico questo; — rispose il signor Demetrio, che veramente non aveva detto nulla. — Ma per solito, figliuola mia, tu non sei così ricca di parole.

— Eh, quando ne vien l’occasione, perchè no? Sono dolente, ma anche contenta, sai, di poterti parlare così, dicendoti tutto quello che mi pesa sul cuore. E poi, se la vita insegna qualche cosa, non dobbiamo noi far vedere il profitto delle sue dolorose lezioni? Ma basta; sento il mio Guido che piange; andrò a vedere che cos’ha quell’altro sventurato prima del tempo. E le pianga almeno da bambino, tutte le sue lagrime, e gli restino pel buono della vita i sorrisi.

— Poetessa! — esclamò il signor Demetrio. — Ed è nata da me! O non me l’hanno barattata le Dame Inglesi di Lodi? —

Per quel giorno, intanto, tra sfoghi e consolazioni, aveva passato un po’ meglio il dolore dell’abbandono di Virginio Lorini. Il signor Demetrio, dopo tutto, non era un animale molto sensibile e capace di ritenere a lungo le impressioni ricevute; era piuttosto una vecchia chitarra, come volentieri diceva egli stesso di sè, rendendosi pienamente giustizia; sentiva il tempo e, come le variazioni del tempo, così sentiva i dolori della vita, ad intervalli. Da principio, trovò il modo di consolarsi in quel medesimo frastornamento quotidiano che gli cagionava il doversi occupare di tante e tante cose tralasciate da un pezzo e quasi dimenticate. La varietà dei generi era tanto cre-