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— Vedo bene, — diss’egli com’ebbe finito, restituendo la lettera a Virginio, — vedo bene che il mio signor genero ha risoluto di farmi morire d’un accidente a secco. Ma io non gli darò questa consolazione, vivaddio, non gliela darò. Per quella sciocca, solo per lei, e per farla finita una volta con questi piagnistei, si mandi a Roma quel che bisogna, e non se ne parli più.

— Ho già mandato; — rispose Virginio.

— Che? come? quando? — scoppiettò il signor Demetrio, guardando il suo segretario con aria di vivo stupore.

— Ieri, da Parma; — replicò Virginio. — Non ero stato a Bercignasco, ma a Parma.

— Volevo ben dire; — esclamò quell’altro. — Da te non se ne può più sapere una giusta. Ma allora la lettera non finita....

— È una lettera di più, scritta poche ore dopo la prima, e dopo aver saputo.... quello che la vostra povera figliuola non sapeva ancora.

— Assassino! — brontolò il signor Demetrio. — Tra lui e quel del castello ci han conciati per il dì delle feste. Ma intanto quella disgraziata, la vedi, ha perso il lume degli occhi; se Dio guardi, non arrivano in tempo i denari....

— Non c’è pericolo; — rispose Virginio. — Eccovi il suo telegramma, che ho ricevuto iersera. In esso la signora Fulvia accenna di aver ricevuto tutto, e prega di non far caso della seconda lettera.

— È vero.... e me ne consolo.... — disse burbero il signor Demetrio, respirando, e non volendo riconoscere di aver avuto paura. — Ma come ha fatto a ricevere così presto?

— Per telegrafo; — replicò Virginio. — Capirete, non mi pareva che ci fosse da perder tempo. L’assegno della Banca Nazionale, spiccato da me, era telegrafico, al ricapito della contessa. Le sessantamila lire non poteva ritirarle che lei, ed io, per l’appunto, a lei....

— Sessantamila! — interruppe il signor Demetrio, strabuzzando gli occhi. — Sessantamila, hai detto? Che sessantamila? Questa è nuova di zec-