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esser utile, a tempo opportuno, utile a quella donna adorata, che con tanta fede si era rivolta a lui, che con tanta delicatezza aveva per lui ritrovata la sua firma di ragazza, di educanda, non opprimendolo col ricordo del suo nuovo ed illustre casato.

Quel casato, per altro, doveva scriverlo lui: lo aveva già scritto sulla busta della lettera impostata alla stazione; lo scriveva ancora sul ricapito del telegramana che le mandava da Parma, annunziandone un altro, della Banca Nazionale con rassegno di sessantamila lire, pagabili a vista, presso la sede di Roma. La contessa Spilamberti di San Cesario non aveva che a presentarsi colà, appena ricevuto il telegramma di Virginio Lorini; le sessantamila lire erano là ad aspettarla. Era un parlar chiaro, e forse poteva parere inutile raggiunta: «segue lettera esplicativa».

Quella lettera, scritta da Mercurano, spiegava la cosa per l’appunto così:

 «Signora Contessa,

«Ho a mala pena ricevuta la lettera di Vossignoria, gentilissima, e subito le rispondo che corro a Parma, per farle spiccare oggi stesso da quella Banca Nazionale un assegno telegrafico per sessantamila lire. Spero che basteranno al bisogno ch’Ella mi accenna, ed anche agli altri che immagino. Dolenti, com’ella può immaginarsi, di ciò che avvenne, mandiamo saluti, non parole di conforto. Perdoni se nella urgenza del provvedere, non mi fermo a scriver di più. Il suo signor padre, incomodato dall’altro ieri, non scrive. Speriamo non sia cosa grave. Ella mi onori dei suoi comandi e mi creda sempre il suo devotissimo servitore

«Virginio Lorini.»

Era breve, la lettera, e diceva assai poco; ma non bastava, forse? non ce n’era d’avanzo? specie, dovendo essa giungere a Roma molte ore dopo il telegramma consolatore?