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gnor Demetrio, poichè vide il suo segretario deporre il copialettere sul leggìo. — C’era bisogno di aspettar tè, per iscrivere un no più tondo e più convincente?

— Per tondo, avete ragione; — rispose Virginio sforzandosi di apparire tranquillo. — Che riesca poi a convincere la vostra figliuola, ne dubito.

— La mia figliuola! — gridò il signor Demetrio, dando senz’altro nei lumi. — La mia figliuola! Per tua norma e regola, la mia figliuola avrebbe fatto meglio a non lasciarsi entrare certe fisime in capo. L’ha avuto, il suo conte, che le piaceva tanto! L’ha avute le grandezze, per le quali era nata, delle quali non poteva far senza! Le duecentomila lire, ecco, sono sfumate. Va bene che la dote è assicurata; c’è una ròcca di San Cesario, da empirsene la bocca: c’è un palazzo a Modena; ci son terre a Nonàntola.... Ebbene, prevedo già quello che dovrà fare, l’ambiziosa contessa; darà il suo riverito consenso a qualche grosso taglio sul vivo di Nonàntola, di Modena, o di San Cesario. Lo dia, e non mi secchino più oltre.

— Non c’è taglio da fare; — scappò detto a Virginio, che oramai non ne poteva più; — E voi non la volete capire!...

— Che? come? che cosa hai detto? nessun taglio da fare? Per caso, sarebbe già fatto? Allora tanto meglio; — conchiuse il signor Demetrio; — rideremo di gusto. —

Era fatta, e non occorreva neanche rivoltarla: Virginio la scodellò. Del resto, non doveva essère un miai così grave, com’egli aveva temuto da principio. Non lo diceva lo stesso signor Demetrio, che avrebbe riso di gusto? Virginio gli diede materia da ridere per una settimana, spiattellandogli tutto, dall’a fino alla zeta.

— Ah ah! Che cosa mi racconti? E non sei andato a Parma, come mi avevi inventato con la tua faccia franca? Povero gocciolone! Eccolo lì, — gridava il signor Demetrio, seguitando a ridere, — eccolo lì; come don Desiderio, dispe-