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che occorrevano a quei di laggiù: le avrebbe potute metter fuori, senza impegnare per nulla i suoi stabili, e senza nuocer troppo alla contabilità del Bottegone. Ma poi? Non sarebbe presto bisognato dell’altro? E qui era il caso di pensarci due volte. Colle forze del Bottegone non bisognava neanche far troppo a fidanza. Ogni stagione si usava rinnovar le provviste, aumentare i generi secondo i bisogni, essere pronti a cogliere tutte le buone occasioni, via via che si presentavano offerte. Per bastare a tutto, alle circostanze straordinarie come alle ordinarie, occorreva che il Bottegone avesse ben munita la cassa, e sempre sotto la mano quella che il signor Demetrio chiamava con appropriato vocabolo «la scorta».

Eppure, il bisogno era urgente, laggiù; se il signor Demetrio non voleva veder gemere la sua cara figliuola, se non voleva saperla infelice, doveva pur provvedere alla necessità che il discorso del signor Momino gli aveva rivelata. Questo era il punto essenziale; al resto si sarebbe pensato poi. Perciò, tralasciando le notizie dolorose di Modena, appena fu solo col suo principale, Virginio gli entrò a parlare di «quei di laggiù» come il signor Demetrio aveva preso a chiamarli.

— Avete da rispondere; — gli disse. — Non vi hanno scritto essi; ma ciò che vi ha detto per conto loro il signor Momino vi porta obbligo di una risposta a loro.

— Così pensavo ancor io; — rispose asciutto il signor Demetrio. — Perciò tu sfondi un uscio aperto. Ho risposto.

— Senza aspettarmi? — disse Virginio, maravigliato di quella novità.

— E che? C’era proprio bisogno del tuo riverito permesso?

— No, certamente; — rispose Virginio, mortificato; — ma voi, signor Demetrio, scusate, voi stesso mi avete forse un pochettino guastato, consigliandovi in ogni cosa con me.

— E mi sarei consigliato ancora questa volta. Ma tu non c’eri; ed io... Oh, finiamola; queste