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Egli non si rallegrò punto di vedersi capitare tra' piedi quell'altro, bene intendendo ch€ ci avesse del nuovo da dirgli; e non piacevole, per giunta. Nondimeno gli fece buon viso; il buon viso delle persone seccate, quando si adattano alla noia che non hanno potuto evitare.

Virginio aveva la cera alterata, e la parola come la cera. Espose a frasi rotte quel che aveva saputo quella stessa mattina a Modena; battè molto sul debito colla Banca agraria, e sulla rispettiva iscrizione ipotecaria, anteriore di tanto al contratto dotale della signorina Bertòla. Possibile che di quanti avevano preparato quel contratto, nessuno sapesse niente delle condizioni finanziarie del conte Spilamberti?

A quell'attacco che per esser coperto non era meno diretto e violento, il signor Momino assunse l’aria del nume offeso.

— Caro mio; — rispose egli inalberandosi, — io vivo a Bologna, non a Modena. Dovevo saperle io, queste cose? I debiti che uno fa non si conoscono facilmente; colui che li fa ci ha il suo tornaconto a nasconderli. Quanto allo stato delle ipoteche, c’erano altri che dovevano vederne la data, non io.

— E non dico per lei; — rispose Virginio. — Ma l’avvocato Zecchi....

— Non me ne parli, per carità, non me ne parli, — gridò il signor Momino, mettendosi le mani alla testa.

— Come? — esclamò Virginio, stupito. — Un amico suo, signor conte!... uno dei primi avvocati di Bologna, che Lei, come ebbe a dirlo col signor Demetrio, gli confidava tutti i suoi interessi!...

— E non lo avessi fatto! non lo avessi mai fatto! — riprese il signor Momino con accento disperato. — Ha abusato vilmente della mia fiducia; ne ha infamemente abusato. Ora se Dio vuole, non mette più piede in casa mia. Non sa quello ch’io son venuto a conoscere? Quel tristo, quell’infame, tentava di levarmi l’onore. —

La sincerità di quello sfogo era tale da com-