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tava, facendo le volte del leone, e schizzando fuoco dagli occhi.

— Dunque, — disse Virginio, — vi domandano cinquantamila lire?

— Già; come lo sai?

— Me lo ha detto dianzi il signor Momino.

— Per intenerirti, non è vero? per averti alleato? Ma non isperi il signor Momino che io mi lasci conmiuovere da te. Nè da te, nè dagli altri, fosse pure mio padre, ritornato dal mondo di là; mi capisci? È un’infamia, e non la tollero. Cinquantamila lire! dopo duecentomila che n’ha sperperate! Duecentomila! è presto detto, duecentomila! Ma lo so io, quanti anni ho sudato a metterle insieme. E lor signori, che non ci hanno sudato, ne fanno vento in un giorno. Ma sì, dategliene ancora cinquantamila; se le son meritate, col suo buon uso che ne fanno. E basteranno poi, le cinquantamila? Le domandano, per gittarle via in una voragine, che ha già ingoiato tre o quattro volte tanto. E poi? e poi saremo da capo. Ah no, dico io, il Bottegone non lo liquideranno, giuro a Dio, non lo liquideranno.

— Ci avete dell’altro, senza toccare il Bottegone; — disse Virginio.

— E l’altro.... e l’altro è il frutto dei miei sudori. E quando avessi toccato quell’altro, che è terra al sole, e ci dovrei pigliare denari in prestito, che figura farei in faccia al mondo? me la dici un po’ tu? Non isperi niente da me, quel mal arnese; lo faccia lui un debito sopra i suoi feudi; e ci ritorni a vivere, per governarli, per farli fruttare un po’ meglio.

— Dategli le cinquantamila lire, ingiungendogli formalmente di ritornare a Modena e di viverci tranquillo.

— Non gl’iugiungo niente e non gli do niente; è più spicciativo. Tu intanto va via, non mi seccare.

— Andrò; — disse Virginio. — E voi penserete ancora a ciò che dovete fare. Sia pure un no, quello che direte, sarà necessario dirlo dopo aver ben considerato ogni cosa. Frattanto, io avrei da domandarvi un piacere.