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se bastava ad assicunare una dote di duecentomila lire, offrirà ancora un bel margine, per un ricorso al credito, posto che il signor Demetrio Bertòla non intenda, come io temo, di fare altri sacrifizii. Ma ella mi parla di altre ipoteche....

— Eh, già: — rispose timidaimente il signor Momino. — Mi par bene di aver sentito dire che ce ne siano.

— E saranno allora posteriori al matrimonio del conte; — replicò Virginio. — Quando il signor Bertòla consegnò la dote e la volle assicurare, com’era suo diritto di chiedere, il patrimonio era libero, mi pare.

— Ma.... non saprei; ci poteva.... ci doveva esser già qualche cosa; — balbettò il signor Momino. — E siccome il patrimonio non era vistoso, capirà.... Bisogna premettere che di certe fortune, grandi o piccole che siano, non si può mai stabilire con certezza il valore. Dico il valor venale, ai prezzi del giorno, non tenendo conto del bisogno di vendere. Se c’è bisogno, quel che valeva cento non vai più neanche cinquanta. Un castello, per esempio, che cosa rappreisenta, se si vuol vendere? E un vecchio palazzo, con grandi appartamenti, dove una famiglia moderna ci si smarrisce, con un vasto cortile, che è tutto spazio inutile, senza botteghe, e con tante riquadrature architettoniche, con bozze e lesene che non permettono di aprirne, che cosa vuole che renda al suo nobile possessore?

— Ho capito; — disse Virginio, che più non istava alle mosse. — Perdoni, signor conte, la noia che le ho data.

— Che! che! felicissimo, anzi.... Quantunque, per la circostanza, dolente, dolentissimo di.... — Virginio non istette ad aspettare che il signor Momino finisse la frase. Salutò in fretta, e se ne ritornò difilato in paese.

Ànch’egli incominciava a dare ne’ lumi, avendo certa la notizia del male, e indovinando, o temendo il peggio. Quando fu a casa, ritrovò il signor Demetrio ancora nella camera dov’egli lo aveva lasciato, e sempre fuori di sè, che borbot-