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per alla volta di Mercurano il signor Momino gentilissimo, volendo portare all'amico Bertòla notizie dirette della cara puerpera. La contessa Spilamberti gliel'aveva fatto promettere; e il signor Momino volentieri si era arreso al primo desiderio della sua bella comare.

Egli dunque portava notizie; ed anche dell’altro, come a dire istanze e supplicazioni, precedute da una confessione non lieta. Il discorso era delicatissimo, e aveva richiesto l’artifizio di un giro largo, assai largo, più largo che non fossero i periodi del cappuccino di casa d’Este, intorno alle cui prediche manoscritte il signor Momino spendeva i suoi ultimi sudori eruditi. La conversazione segreta tra lui e il signor Demetrio era stata assai lunga, framamezzata da scoppi di collera, il cui suono violento giungeva dall’uscio chiuso del salotto fino al basso della scala, dove Virginio stimò prudente richiudere i due usci del pianterreno che davano adito alle stanze del Bottegone.

Mezz’ora dopo quella piccola precauzione di Virginio, il conte Sferralancia discese, per ritornarsene al castello. Virginio l’osservò di passata, e vide che se ne andava via mogio mogio, come un can bastonato. Non osò trattenerlo, per chiedergli notizie; salì in quella vece dal signor Demetrio, che ritrovò abbandonato nella poltrona convulso ancora, smaniante, con gli occhi fuor della testa e con la schiuma alla bocca.

— Che cos’è? — disse Virginio, accostandosi sollecito. — Vi sentite male?

— Male! male! — rispose quell’altro, sussultando ad ogni parola. — Sfido io! Mi vogliono rovinare, mi vogliono. Ah, non ne avessi date che centomila!... Ce ne sarebbero ora altrettante da gettare in quel pozzo di San Patrizio.... o di San Cesario, che mi pare tutt’uno. Ah, lo dicevo io; quello è uomo da liquidare il Bottegone. Ma vivaddio, no, no, no, mille volte no. L’hai da far colla voglia, assassino! Prima che tu ci riesca, voglio appiccargli il fuoco con le mie mani. —

Virginio lasciò passare quella raffica, sperando