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— E così, niente di Roma, quest’oggi? La contessa Fulvia?...

— La contessa Fulvia, — rispondeva il signor Demetrio, — sta meditando un gran colpo.

— Un gran colpo! Che cosa intendete di dire?

— Ma sì, un gran colpo, che non farà poi troppo chiasso nel mondo. In attesa di ciò, sappiate che sta zitta e gonfia. Non vi pare che sia una maniera di meditare? Per giungere al fine ci vorrà il suo tempo, naturalmente, come in tutte le cose del nostro pianeta. Frattanto, da quello che io posso argomentarne, siamo già a mezza strada.

— I nostri rallegramenti. E voi dunque, signor Demetrio, farete presto un altro viaggio a Rcana?

— Che! che! non mi muovo, stavolta; ho fatte le barbe a Mercurano, e non mi strappano di qui nemmeno con gli argani.

— Pure ci andrete. Stavolta sarà un Demetrio; — gli dicevano.

— Che Demetrio! che Demeitrio! — ribatteva egli, seccato.

— Ma sì, il secondogenito porta il nome del nonno materno, come il primogenito porta quello del nonno paterno.

— Provincialate, miei cari; provincialate ed anticaglie. Ora non si usa più, nel bel mondo. Si scelgono dei nomi che suonino bene, dei nomi graziosi, dei nomi alla moda. Demetrio è troppo vecchio; Dio sa donde ci viene!

— È greco, non lo sapete?

— Ebbene, lo avete detto voi, è greco; e a Roma vogliono esser nomi romani. Lasciate stare Demetrio; il secondogenito degli Spilamberti, se dovrà essere un maschio, si chiamerà come vorrà. Intanto, siate certi che a Roma io non andrò pel battesimo; ci ho scritto basta, sulle porte dell’eterna città, e il mio resto d’anni lo voglio vivere in pace. —

Era sincero, il signor Demetrio, giurando di non voler più ritornare a Roma? Sopra tutto, era sincero, dicendo che se il secondogenito era un maschio, non si sarebbe chiamato col suo nome? Forse il brav’uomo metteva le mani avanti, come