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vederci ritoraare i suoi cari, ci crede. C'è anche l’uso di gettare una moneta al padre Tevere, quando si passa col treno sul ponte di ferro. Spero bene che lo farai domani anche tu. —

Il buon signor Demetrio, nemico delle superstizioni, non voleva buttare altri due soldi in acqua. Ma il giorno appresso, quando fu al ponte di ferro, su cui il treno rallentò la sua corsa fino al passo di lumaca, aveva macchinalmente infilato l'indice e il pollice nel taschino della sottoveste. Il treno andava così adagio, che pareva fermo, quasi per invitarlo a pagare il pedaggio. Il signor Demetrio stette un poco tra il sì ed il no; frattanto guardava il palancone, che senza sforzo gli era uscito alla luce del giorno.

— Che pazzerella! — esclamò, mettendo la mano fuori del finestrino.

La moneta di rame gli sguizzò dalle dita, andando a rimbalzare sulle travature di ferro, per mezzo alle quali si vedeva scorrere là in fondo, tra due ripe terrose, la gran massa bianchiccia del Tevere.

— Per contentarla; — soggiunse egli, mentre seguitava con gli occhi il capitombolo della moneta. — Oggi questa alla tua divinità, o biondo Tevere, come ieri quell’altra alla divinità di Trevi. Santissime acque di Roma! Vorrei che vi contentaste dei pochi che v’ho dato. Pochi! pochi! — borbottò il signor Demetrio, mettendo la glossa a fianco del testo. — Diciamo due palanconi.... e duecentomila lire; tutta grazia di Dio che si liquida; e bisognerebbe fermarsi qui. Il mio signor genero è uomo da liquidare ben altro; magari il Bottegone. —

Non era un po’ troppo? Sì, certo, e il signor Demetrio si pentì di essere andato tant’oltre.

— Perchè credo io a tutte le ciarle degli sfaccendati di piazza? — mormorò egli tra i denti. — Ha perduto, sì, ma aveva anche guadagnato. E del resto, non ci ho da pensar io. Il mio dovere l'ho fatto, ed assai più del mio dovere. Quanto a lui, ci avrà sempre il fatto suo, da camparci su. La ròcca di San Cesario, quando non