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ste avuto fame, e per levarvela non ci fosse stato che il pranzo dell’onorevole Spicchi, povero a voi! la facevate magra, quest’oggi. —

Così pensando, era giunto in fondo alla piazza, dov’essa si apre sul margine del Corso, e dove egli fu arrestato da una siepe di scioperati suoi pari, che stavano disposti capricciosamente, in file, in crocchi, in capannelli, a veder passare le carrozze padronali. Quello era il punto dove le Cibeli, le Giunoni, le Minerve e le Veneri di Roma moderna passavano più impettite sui sedili dei loro equipaggi, ben sapendo di essere esposte al fuoco di tutto un parco d’artiglieria; artiglieria di sguardi e di giudizi, di ammirazioni e di maldicenze. Sicuro, anche di maldicenze. Il guaio non è solo della Roma moderna; per mancar di rispetto alla divinità, non era meno audace e irriverente l’antica.

— Ah, ecco il famoso corso delle vetture; — disse il signor Demetrio tra sè. — Diamogli un’occhiata anche noi, usando degli ozi che ci lascia per sua bontà l’onorevole Spicchi. —

Non cercò il suo posto; prese quello che il caso gli offriva, mettendosi tra due crocchi, e un po’ indietro. Per veder le signore in carrozza non era necessario trovarsi in prima fila. Il posto era ottimo: a destra aveva cinque o sei giovanotti, disposti ad ammirare la bellezza, senza vederci il baco; a sinistra due soli personaggi, ma che facevano per dieci, conoscendo vita e miracoli di tutte le dee, notando ogni cosa, brevemente, sommariamente, ma in quel guizzo di frusta levando anche la pelle.

— La Bernucchi; oh Dio, che svenevole! quando la finirà di far la bambina? Ah, ecco la Marinelli, il meglio conservato dei monumenti di Roma. E colla Chiericozzi! Hanno dunque fatta la pace? Ben venga la Polidori; sempre con un occhio al marciapiede, e l’altro.... a Massaua. Già, «unum facere et alteram non omittere». Oh, ecco il duca, colla figliuola; quando pensa di maritarla, quella lucertola? Ahimè! si discende dai re Albani, ma Tor di Vento è passata ai mer-