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Finalmente, giungeva il messaggero aspettato; la berlina era al suo termine.

— Il signor Demetrio Bertòla! — gridò Tusciere con voce di tuono.

— Son io; — rispose egli, facendosi avanti.

— L’onorevole Spicchi è trattenuto in seduta; dolente di non poterla ricevere; favorisca passare un altro giorno, se crede.

— Grazie, obbligato! — rispose il signor Demetrio; — ma venticinque minuti d’anticamera si fanno una volta, non due. Favorirà lei di consegnargli questo. Per visita fatta; — soggiunse, facendo un cornicino al biglietto da visita, che aveva levato allora allora dal suo portafogli, donde apparivano biglietti rossi e gialli in buon dato.

E consegnato il biglietto, e rimesso in tasca il portafogli, fece un sapientissimo giro sui tacchi, che un vecchio soldato avrebbe potuto invidiargli.

— Caro! — borbottava egli, uscendo da quella gogna. — Ci verrai, a Mercurano, un giorno o l’altro, ci verrai. Se il presidente del consiglio ha due oncie di cervello, mi scioglie quest’anno la Camera; e allora ti voglio vedere, caro Spicchio del cuor mio; ti voglio vedere al Bottegone per voti. Abbia pazienza, onorevole Spicchi; il signor Bertòla è trattenuto a tavola, e non riceve; passi un altr'anno, se crede, onorevole Spicchi; e se non crede, s’impicchi. —

Intanto, perduta un’ora del suo tempo, non sapeva che fare del rimanente. Venuto da capo sulla piazza, girò intomo all’obelisco di Psammetico I, che fin allora non aveva avuta da lui la grazia di un diligente esame; ne osservò i geroglifici e bestemmiò quella maniera di scrivere, così incomoda per la posterità, che avevano inventata gli antichi Eigiziani. Tutto ciò non era fatto per levargli dall’anima il maltalento contro l’onorevole Spicchi; ma infine, era anche quello uno sfogo. Maledetti a sua posta gli antichi Egiziani, scese verso la piazza Colonna, disposto, oramai ad ammazzare il tempo, a bighellonare, a sdonzellarsela, come il più scioperato de-