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labbra al signor Demetrio ia modo significativo. Egli sicuramente andava più in là che non dicesse la frase. Ricordiamo che per lui, se non Roma tutta, una gran parte di Roma era ridotta al Macao, in un quartiere elegante, fin troppo elegante, al primo piano di una palazzina sontuosa, che lo aveva avuto per ospite, più stupefatto che lieto. Anche là il signor Demetrio si era ritrovato nelle grandezze, tra mobili di legno prezioso, vasi del Giappone, tappeti di Persia, cortine di raso e servi in livrea. Il conte Spilambarti non la guardava nel sottile, no davvero, e all’amor suo aveva fatto un nido da principi. La casa non era grandissima, non aveva file di salotti; ma era tutto un salotto, e luccicava come uno specchio. Di servitù non si vedeva che un valletto ed una cameriera; ma in cucina non mancava nè il cuoco nè il guattero; e al portone d’ingresso, quando si usciva per andare a passeggio, si vedeva una carrozza padronale, con un cocchiere monumentale a cassetta. Per la carrozza, non si trattava neanche di un modesto «coupè», come si era detto in principio: bensì d’un «landau» a due cavalli. I cavalli non erano di Meclemburgo, nè d’altra razza straniera e costosa; ma anche essendo friulani, o pugliesi, apparivano scelti dei meglio e facevano bella comparsa.

— Tutto ciò sarà bene; — aveva detto il signor Demetrio, arricciando il naso a quelle spacconate; — ma anche guadagnando largo, come si fa in questi affari di banca, mi pare che bisognerebbe pensare piuttosto a mettere da parte. Le fortune s’hanno a consolidare, prima di farne sfoggio, mi sembra. Ma basta; — aveva anche soggiunto il savio negoziante del Bottegone; — il mio signor genero è nato nell’abbondanza, tira avanti da par suo, ed io non ho da fargli i conti addosso. Fulvia poi è contenta, e questo è l’essenziale. —

Come andavano le azioni della «Nuova Esperia»? Prima di partire da Roma, il signor Demetrio s’era fatto coraggio a domandarne. Andavano benino; quotate alla Borsa, non facendo