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nerete sano e forte come prima. Calma, adunque, mi raccomando; e sappiate che io non mi muoverò più di qui. —

Gli occhi del morente risposero con un lampo di gioia a quella buona promessa; e la sua mano strinse quella di Virginio in attestato di riconoscenza.

Il vecchio arciprete di Bcrcignasco durò ancora tutta la notte, in uno stato di assopimento, interrotto a quando a quando da riprese di rantolo. Il curato, Virginio, il sagrestano, i fabbriceri della chiesa lo vegliavano a gara. Di tanto in tanto giungevano parrocchiani a chieder notizie, e si univano a loro nella preghiera, bisbigliata con gran fervore intorno a quel letto di morte.

Don Virginio Lorini non era un’aquila, e neanche una colomba. Predicava male; trattava duramente il suo gregge, ed era per giunta un po’ avaro. Ma non era cattivo di fondo; e i suoi rustici parrocchiani, che lo vedevano fatto a loro immagine e somiglianza, potevano credere sincerità la ruvidezza dei modi, spirito di savia economia l’avarizia. C’è poi un’ora della vita che i difetti di un uomo si volgono più facilmente in qualità; ed è per l’appunto l’ora fatale del transito, nella quale, compassionando il proprio simile, ognuno pensa involontariamente a sè stesso.

Così in una ripresa di affetto ebbe facile perdono il vecchio arciprete di Bercignasco; e al perdono doveva seguire ben presto il rimpianto, l’esaltazione delle sue modeste, oscure, ma vere ed innegabili virtù. Era l’alba, quando la sua scarsa fiammella di vita diede l’ultimo guizzo. Uno sforzo di tosse sollevò il petto del moribondo, che in quello sforzo si spense.

Quella mattina, Virginio non ebbe modo di scendere a Mercurano; tante erano le faccende a cui doveva provvedere. Fu aperto il testamento. Virginio era nominato erede universale, senz’altra gravezza fuorchè di qualche legato. L’arciprete di Bercignasco aveva fatto nobilmente la cose: