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— Capisco.... capisco.... — balbettò egli. — Tu hai ragione, troppa ragione, e Dio ti benedirà. Fors’anche hai ragione a consigliarmi di lasciar la parrocchia.

— Ah, ecco! — gridò Virginio, con accento e aria di trionfo. — Ho dunque gittata la semente in un buon terreno, come vuol la parabola? Pensateci, caro zio, e più presto farete, più mi darete consolazione. Calate a Mercurano; il paese non è nuovo per voi; l’aria non è diversa da quella di Bercignasco; vi troverete come lassù, nella vostra canonica, vicino sempre abbastanza ai vostri poderi, ai vostri interessi; ed anche vicino al vostro figlioccio, sempre disposto a darvi tutto il tempo che potrà. Siamo dunque intesi, a Mercurano?

— Ci penserò; benedetto ragazzo!... ci penserò. —

La cosa non era di poco momento, e don Virginio Lorini ci pensò lungamente. Almeno, così parve che dovesse fare, poichè passarono settimane e mesi, sena che il signor arciprete di Bercignasco si facesse vivo col nipote.

Sopraggiunse l’inverno, e fu rigido; la primavera fu anche più lunga a venire. Virginio avrebbe voluto fare una visita a Bercignasco, ma fu costretto a contentarsi di scrivere qualche lettera. Era solo al Bottegone; il signor Deetrio aveva dovuto partire per Roma, chiaimato dalla notizia di una gran gioia in casa Spilamberti. «Quod erat in fatis», la famiglia s’era accresciuta; «quod erat in votis», il neonato era un maschio. Ma, quantunque il signor Demetrio lo tenesse al fonte battesimale, il bambino non portò primo tra i suoi nomi quello del nonno materno; bensì quello di Lamberto, che era stato il nome del nonno paterno, e che a generazioni alternate tutti gli Spilamberti portavano, da cinquecent’anni a dir poco.

Quanta gloria in quella nobil casata! Un Lamberto Spilamberti occorreva primo in autentici documenti; era stato un gran legista intorno al Trecento, ed onorato di pubblici uffizi nella sua