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faccia ad una espressione di contentezza. Quando fu là, aperse un certo cassetto, ne trasse un foglio sgualcito e rappezzato dov’era scritto il racconto: «La figlia del Re» e vi piantò la spilla attraverso. L’astuccio, povero astuccio di velluto con la corona comitale e le due iniziali intrecciate, andò a finire in un angolo del cassetto.

— Una spilla! — mormorava Virginio. — E giusto; una cosa che punge. Ma in verità non ce n’era bisogno. —

I giorni succedevano ai giorni, rassomigliandosi tutti, nella triste uniformità delle consuetudini. Il signor Demetrio aveva ripreso il costume della partita a tarocchi; ma con una certa svogliatezza, non trovandoci più il gusto di prima. Ed era naturale! i suoi compagni di tavolino lo seccavano sempre, entrandogli a parlare degli sposi.

— Com’è che non si vedono ancora? Da Napoli son ritornati; perchè stanno tanto a Roma? Vogliono fermarcisi? Ragione di più per non vedere tutto in una volta, e per fare una scappata a Mercurano. Che cos’hanno con Mercurano, che non lo degnano d’una visita? Presto avremo i primi freddi, e non sarà più il caso di venirci a battere i denti —

Tutti questi discorsetti, variati di poco da un giorno all’altro, erano altrettante stilettate per il signor Demetrio, che non poteva rispondere a tono, e che doveva sorridere, mendicando scuse e pretesti.

Se almeno gli fosse riuscito dì ricattarsene con Virginio! Ma quell’altro non parlava mai di nulla che lontanamente accennasse agli sposi lontani; e quando vi accennava il suo principale, destramente egli sviava il discorso, con qualche noioso e lungo ritorno sul capitolo degli affari. Il Bottegone, naturalmente, doveva essere in prima riga, aver esso tutte le cure di un accorto ministro, di un perfetto segretario.

Fulvia scriveva spesso al suo babbo, almeno due volte ogni settimana. Gli sposi erano andati a Napoli in una corsa difilata, restandoci una ventina di giorni; tante erano le cose da vedere