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Ti pregano di gradirlo per amor loro. In questo, almeno, si son mostrati gentili. —

Virginio non ardiva toccare, e guardava trasognato il signor Demetrio.

— Ricordo del viaggio di nozze; non lo capisci? — soggiunse quell’altro. — Ne hanno portato parecchi, che verranno in un solo involto a Mercurano, per tutti i nostri commessi. Non ho voluto impacciarmi di tante scatole e scatolette, io; non ho portato che il mio ed il tuo, che per esser gioielli non mi facevano ingoimbro. —

Virginio non poteva decentemente lasciar lì sulla tavola il piccolo involtino di carta. Lo prese allora, ne sciolse il -egaccio, e ne trasse fuori una scatolina, entro la quale era un astuccio di velluto, con tanto di corona comitale impressa, e sotto due lettere intrecciate, un A ed un F.

Non si poteva negare che i conti Spilamberti di San Cesario sapessero fare le cose a modino, dando alle più piccole un pregio di grazia artistica e di delicata attenzione. Virginio aperse anche l’astuccio e allora gli si offerse alla vista una spilla di cravatta, bellissima, formata d’una perla tenuta lì sequestrata da un artiglio d’oro, ornato fino alle unghie da scaglie di rubini.

— Grazioso, non è vero? — borbottò il signor Demetrio, che s’era accostato a guardare, ma che già aveva veduto il gioiello a Bologna.

— Sì, molto; — rispose Virginio.

Ah, quella perla e quell’artiglio! era da credere che non lo avessero fatto a posta; ma quel ricordo del viaggio di nozze era significativo come le armi parlanti. Restava dubbio se la perla fosse Fulvia; nel qual caso l'artiglio sarebbe stato quel conte venuto a Mercurano per ghermirsela e portarsela via: oppure se fosse il cuore di Virginio; nel qual caso l’artiglio era la mano di lei, che non lo aveva solamente ghermito, ma era lì lì per ispezzarlo. Ma sì, pensandoci bene, era la mano di lei, ricca mano e crudele, come anche indicava il colore del sangue nelle piccole scaglie gemmate.

Virginio portò quel ricordo in camera sua, divotamente in atto, e costringendo i muscoli della