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gendo questo indovinello? E ridevamo, pensandoci, ridevamo come matti. «As-tu ètè bien intriguè, cher papa?» Perdonaci questa piccola burla, una vera «espièglerie» da scolaretti in vacanza. Eravamo tanto felici! Ma un’altra volta non lo faremo più, te lo prometto. Tanto più che non avremo nessuna ragione di far cambiamenti.»

Con altre poche frasi aveva fine la lettera di Fuli. E di Virginio, e per Virginio, non una parola, neanche in poscritto. Ma meglio così; tanto più che lì accanto a Fuli scriveva anche Tili; poche linee, per mandare un «grazie della mia felicità» al signor Demetrio, oramai suo babbo, e non ancora suo suocero. Quando son freschi di nomina, i suoceri, si sa, sono ancor babbi; ma di solito non durano molto così.

Era felice, il signor Demetrio, leggendo e rileggendo la prima lettera di quei cari ragazzi. Ah che bella burla, veramente nuova di zecca!

— «Fuli Tili!» — andava ripetendo e canticchiando, oramai con tanto di pausa tra le due coppie di sillabe. — Guardate che ingegno hanno avuto! Io non ci sarei arrivato, no, davvero, neanche ai miei bei tempi, quando facevo con Giuditta il mio viaggio di nozze, spingendomi da Mercurano fino a Parma.... non senza una corsa audace a Sant’Ilario. E sarebbe stato bello, perbacco, chiamarci Ditti e Demi.... no piuttosto Demi e Giudi.... Ma che? vediamo se non si poteva trovare di meglio. Memi e Diti.... Ditta e Metrio.... Sì, sì, ho un bel rigirarli, ma è sempre tutt’altra cosa. Non ti pare, Virginio? Forse i nostri due nomi non si sarebbero prestati. —

Virginio rispose con un gesto che voleva dire «et cum spiritu tuo,» ed anche, ad interpretarlo meglio «nunc dimittis servum tuum Domine.»

Le lettere di Parigi capitavano regolarmente ogni due giorni; tutte piene di belle notizie, di maraviglie parigine e di allegre scorribande nei dintorni. Anche Fuli e Tili avevano avuto il loro Sant’Ilario; anzi più d’uno; ma si chiamavano Saint-Germain-en-Laye, Saint-Cloud, ed altrettali. Popò un mese di quella vita, si trattò di ri-