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di Fulvietta, che aveva voluto essere, è diventata un’altra cosa. Fulitilì! Fulitilì! son sicuro che se lo dico al gatto, mi scappa via come il vento. —

Il giorno appresso venne un secondo telegramma; e portava in calce lo stesso rompicapo: «Fulitilì» Strana cosa! Che si facesse sbaglio una volta, si poteva intender benissimo; ma che lo sbaglio diventasse la regola fissa, non si poteva più intendere. E come andava che a Parigi il telegrafo imitasse Modane? Perchè non imitarla del tutto, nell’indirizzo come nella firma? A Parigi infatti, trasmettevano l’indirizzo così: «Monsieur Dematro Berthole».

Il rompicapo telegrafico valse almeno a dare un po’ di svago al signor Demetrio, un sollievo alle sue pene, un nuovo argomento alle sue chiacchiere. «Fulitilì!» andava mormorando per casa: «Fulitilì» andava ripetendo per tutte le stanze del Bottegone. Ed anche aveva portato il suo «Fulitilì» al castello dei signori Sferralancia, mettendone i nobili abitatori a parte del suo filologico almanacchio. Donna Fulvia ci pensò un quarto d’ora; poi rinunziò ad una investigazione che le affaticava il cervello. Il signor Momino ci studiò mezza giornata, e finì col dichiarar che la lezione era oscurissima, certamente guasta ed impossibile a decifrare.

Quell’innocente esercizio permise al signor Demetrio di aspettare il quarto giorno; in capo al quale gli giunse una lettera da Parigi.

— Ah, sia lodato, il cielo! — gridò egli, dopo avere inforcato gli occhiali e riconosciuti i caratteri di Fulvia. — Qui non son più telegrafisti, da farvi perdere il cervello e la pazienza. —

La scrittura non era lunga, ma riempiva tutte le quattro facce del foglio; vera scrittura epistolare, di caratteri lunghi e coricati, tra lo stile francese e l’inglese, che paiono fatti a posta per occupar molto spazio con pochissimi segni. Fulvia metteva giù le lettere intiere; ben collegate, un pochino abbattute, ma senza timidità, senza umiltà, come per capriccio loro, o per vezzo dell’autrice. E filettava bene; Dio, come filettava