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rappuntio alle mani la bella copia di una piccola composizione; bella copia nella intenzione dell’autrice, ma poi ridotta a male, sgualcita, stracciata nel mezzo per tutta la sua lunghezza, e da lui pazientemente aggiustata, ricongiunta con liste gommate, tratte dai margini dei francobolli. «La figlia del Re» era il titolo della piccola composizione di Fulvia all’età di sett’anni: e doveva essere una novellina patetica, perchè quante volte Virginio la rileggeva, sempre gli s’inumidivano gli occhi.

E stette un pezzo anche allora a guardarla, a rileggerla, a guardarla da capo; e fu un gran piangere il suo, un pianger lungo e silenzioso, come una pioggia di marzo. Piangeva troppo, direte, e il piangere è da spiriti deboli. Sì, ma ancora da spiriti buoni; specie di coloro che sanno piangere per sè, colla sicura coscienza di non aver mai fatto piangere nessuno.

Lasciamolo piangere, ed anche rimanere assopito a tavolino, dove il poveraccio aveva a ritrovarsi la mattina seguènte, senza aver toccato il letto. Quella mattina un telegramma giungeva al Bottegone. Era diretto a «Monsieur Domitio Bestola» e quelli della strada ferrata, intendendo per discrezione, lo avevano mandato al signor Demetrio Bertòla.

— Sempre lo stesso, il telegrafo! — disse il signor Demetrio. — Non c’è caso che ne azzecchi una. Ringraziamolo ancora che non mi abbia detto Bestiola. —

Il telegramma veniva da Modane, la stazione internazionale sulla via del Cenisio, tra Torino e Parigi. Era breve, in lingua francese, e recava notizie degli sposi.

Santé excellerte voyage heureux. Emrassons cher papa.

“Fulitilì”

— Fulitilì! Questa è nuova di zecca; — esclamò il signor Demetrio. — Ma già, capisco. Mi han chiamato Domitio e Bestola, ed anche lei,