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ad un nobile suo pari, ad un amico di casa, non dimenticando neadiche i giusti interessi dell’ottimo signor Demetrio Bertòla.

Naturalmente, sotto gli auspicii del signor Momino, i negoziati si proseguivano nella biblioteca del castello. Virginio non aveva voluto saperne mai nulla. Occorreva al signor Demetrio di chiedergli carte, note, schiarimenti, rispetto al suo stato patrimoniale; e Virginio dava schiarimenti, note, carte, tutto ciò che gli era richiesto, senza fiatare, sviando accortamente il discorso, quando il signor Demetrio accennava di voler scendere a qualche confidenza sul tema.

Virginio capiva così alla grossa (e ci voleva poco a capirlo) che le centomila lire mentalmente assegnate dal signor Demetrio in dote alla figlioccia non erano parse bastanti al decoro di quella nobile unione; e pensava che dovessero andarci le duecentomila proposte da lui, che al signor Demetrio in principio parevano troppe. Certo, era una dote vistosa, una somma favolosa, per quel che faceva la piazza di Mercurano: ma infine, il signor Bertòla poteva darla, e nessuno ci aveva da metter bocca. Piuttosto starebbe stato da vedere se quella dote fosse garantita. Ma c’era un avvocato di mezzo, un avvocato valente, che godeva tutta la fiducia di casa Sferralancia, tanto che il signor Momino e donna Fulvia non facevano niente senza di lui. Si poteva dunque viver sicuri; le cose sarebbero state fatte a dovere.

Un giorno il signor Demetrio portò a casa un fascio di carte bollate. Le sfogliò, le sparpagliò, le squadernò con grande ostentazione sulla scrivania del salottino, col desiderio evidente di destar l'attenzione del suo segretario. Ma il suo segretario non se ne diede per inteso; lavorava al libro maestro e faceva le viste di non badare a quella esposizione straordinaria, che pure aveva osservata con la coda dell’occhio.

— Vedi queste carte? — disse il signor Demetrio, volendo ad ogni costo far voltare la testa a Virginio. — C’è qui documentato tutto l’avere