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tranquillo, sereno, che la signorina Fulvia non ebbe ragione di cansarne lo sguardo, di lasciar morire la conversazione, di cogliere il primo appiglio per levarsi da tavola e lasciarlo solo col babbo. Anch’essa, vedendolo così quieto, tutto alle cure del suo ufficio modesto e agli interessi del Bottegone, si venne di giorno in giorno rammorbidendo: non ebbe più riguardo di apparir felice, come si sentiva veramente; le avvenne perfino, e non ser ne dolse poi troppo, di lasciarsi trascorrere a qualche impeto di gioia pazza, di abbracciare amorosamente il babbo, quando egli facetamente, con una anticipazione di qualche mese, le dava il futuro suo titolo. Signora contessa, che bella cosa! Suonava bene; faceva piacere a due persone su tre; nè si poteva poi dire che dispiacesse alla terza, se la bocca e gli occhi di quella sua maschera erano sempre atteggiati al sorriso.

Il signor Momino Sferralancia era presto venuto a casa Bertòla, facendo ballare più vivamente che mai le ciocche inanellate della sua zazzeretta tra il bianco e il rossigno. Donna Fulvia, sua signora e padrona, ricompariva anche lei e ripigliava la bella consuetudine di portarsi via la sua cara figlioccia ogni giorno. Oramai non poteva più starne senza; la covava con gli occhi, la divorava coi baci.

Mentre le donne scarrozzavano pei dintorni, o facevano musica in salotto, laggiù nel castello degli Sferralancia, tra il signor Demetrio Bertòla e il dolce avvocato Possidonio Zecchi, si trattava d’affari, auspice il grazioso signor Momino, che tralasciava per quella cura amorevole i suoi studi eruditi. Ne soffrisse pure il padre Giovan Battista da Modena, al secolo Alfonso III di casa d’Este, i cui sermoni avrebbero indugiato ancora un anno ad uscire alla luce. Poco male era quello, dopo dugento cinquant’anni che erano rimasti a dormire in un pluteo di biblioteca; l’essenziale era di assistere il prossimo suo, di assicurare la felicità di una cara figlioccia, se figlioccia poteva dirsi per lui, di render servizio