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biti di gratitudine, come al gran Cane dei Tartari e alla settimana dei due giovedì.

— Signor Demetrio; — diss’egll, — avete pensato a parecchie cose importanti, e dovete pensare anche alla felicità della vostra figliuola, che è poi l’essenziaLe. Se la felicità sua richiedesse di accompagnarne il collocamento con una maggior dignità, son sicuro che non vi fareste pregare. Io non so che cosa ci voglia, per questo matrimonio; non so se basti quello che voi fate conto di dare: ma so bene, da quel povero arnese di casa vostra ch’io sono, che la signorina Fulvia deve entrare in casa Spilamberti come una regina, a far grazia, non riceverla. Ciò posto, volevo dirvi soltanto, per quello che io conosco dei vostri interessi....

— Sfido io! — interruppe il signor Demetrio. — Sei tu che fai tutto.

— Ebbene, appunto per questo vi dico: potete dare il doppio di dote. Sia bene garantita, e non si badi a miserie.

— Già, sempre grande, tu, come se avessi sotto la mano i milioni di Rothschild! E sarà quel che vuol essere; — continuò il signor Demetrio. — Il guaio è che, con molti o con pochi, me la portano via. Basta, contenta lei, contento io; se pure non ci farò una malattia. Ah Virginio, Virginio! se si fosse potuto combinare altrimenti!

— Spero bene che di quel vostro disegno non avrete fatto parola; — disse Virginio, cogliendo il destro che gli offriva involontariamente quell’altro con la sua malinconica esclamazione.

— No; — rispose il signor Demetrio, dopo un istante di pausa. — Puoi credere?... Quantunque, se lo avessi fatto, non sarebbe stata la fine del mohdo. Era a mia idea; un’idea stupenda....

— Lasciate, lasciate, per amor di Dio, non voglio saperne altro; — gridò Virginio, fremendo. — L’essenziale è che non l’abbiate messa fuori oggi.... un’idea così pazza!...

— Eh, per questo, non tanto, radazzo mio, non tanto. Ma capisco ancor io; i babbi vedono ad un modo, e le ragazze ad un altro.