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procelle del cuore di quel giovine che stava ritto presso il muraglione, vero simulacro della pochezza umana al cospetto dell’infinito. Guidato dall’invisibile auriga, il Carro seguiva l’eterno viaggio; Cassiopea, i Gemelli, la cintura d’Orione, splendevano colle loro forme più ricise in mezzo a quelle miriadi sterminate di corpi celesti nelle profondità dello spazio. Il firmamento era muto, tranquillo, come l’immensità di cui esso appare unica forma visibile ai mortali; ed egli, povero microcosmo, agitato, sconvolto da violenti uragani, non contava nulla in quel gran mare dell’essere.

«Addio, mia povera casa! addio, lembo di cielo che sorridi a questa conca di terra popolosa, dove ho vissuto così tranquillo tanti anni come in mezzo al deserto. Ah, fossi rimasto mai sempre intento a guardarvi, o stelle del mio cielo, a indagare i vostri segreti, o fiori del mio giardino!

«Nulla! nulla! nemmeno un saluto! Ella parte dimani.... questa mattina, anzi; chè oramai sono le tre dopo la mezzanotte. Ma che cuore ha costei, che non sente neppure il bisogno di dire all’amico, all’uomo che l’ama e che ella non vedrà mai più: perdonate, io non posso amarvi, ma sono triste del vostro dolore?

«Forse ha ragione; forse nel suo cuore di donna ella ha sentito essere manco acerbo fuggire, che darmi un ultimo addio, nel quale io non avrei scorto che un atto cortese di pietà, di quella pietà che io ricuso!»