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ne va dall’orizzonte insalutato hospite, e al giorno succede improvvisa la notte. C’è già dunque il risparmio delle malinconie del crepuscolo. Là, il dramma è la guerra cogli uomini e colle fiere; la conversazione si fa colle tigri, delle quali si odono i ruggiti in lontananza. I fiori di quella regione non ricordano i mazzolini di rose e viole che si offrivano in Europa ad una bella spensierata o crudele; le jungle di folti bambù e di liane avviluppate in giganteschi festoni non le rammentano i querceti dove Ella è andato a nascondere i suoi primi dolori. Io là, signor Laurenti, ho amato Sumitra... un elefante sul cui dorso andavo alla caccia della tigre, e il cui barrito mi annunziava l’appressarsi del nemico. Ad Ellora ho ammirato i templi scavati nel sasso, e mi piacquero quelle immani divinità dai mille piedi, dalle mille braccia, e dal viso terminato in proboscide, poichè non arieggiavano nessuna fisonomia di cristiani. Insomma l’ho detto, la natura è al tutto diversa colà, e la dea della bellezza, che da noi si chiamerebbe Venere ed avrebbe il viso bianco, laggiù porta il nome di Lacmi, ed è tutta dal capo alle piante di color cioccolatte.

— Ella ne parla con molto affetto, dell’India! — soggiunse la signora Argellani.

— Sì, perchè io le sono debitore della