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propria bellezza, dono divino che il cielo non manda due volte alla sua creatura. Ma poi, a che serve la bellezza, quando non ha tributo di omaggi? E come si possono ottenere gli omaggi, quando la bella è nata in umile stato e col pericolo di doverci restare per tutta la vita? Sicuramente, la vezzosa Fredegonda non si era appagata di piacere all’accorto Landerico. Non meno accorta di lui, lo aveva preso come sgabello, per salire, per raggiungere l’altezza del trono.

Due ambizioni si erano dunque accompagnate, e trionfavano insieme, ognuna a suo modo e nella propria misura: quegli diventando un cortigiano, un illustre servitore; ella cingendo la corona regale. Arte, inganno, fortuna! Sì, tutto ciò che volete. Ma è pure risaputo che si sale un po’ tutti così; l’essenziale è di giungere alla meta. E quando la vezzosa Fredegonda ebbe cinta quella corona regale, nessuno pensò che quella corona non le tornasse a viso, o che la superbia dell’antica ancella delle regine di Neustria, fosse diversa da quella di tante figliuole di re.