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— Tu vuoi tutto, bel conte; vuoi poderi e vuoi donne. Ma le donne sono degli uomini che le hanno guadagnate col loro amore e con le loro fatiche; i poderi son della Chiesa, che li ha ereditati dai legittimi padroni. Tu rubi le donne altrui, bel conte; tu rubi i poderi alla Chiesa. E sei dannato, bel conte! dannato! dannato!

— Nel nome di Dio, spiriti infernali, datemi il passo! Nel nome di Dio!... Ah, Marbaudo, a me! —

Così gridò il conte Anselmo, riprendendo coraggio, poichè, attraverso le mobili teste dei rossi saltatori, vedeva apparire Marbaudo sul confine dell’aia.

Marbaudo vide la ridda oscena, che già gli aveva narrata Searrone, fuggito dianzi dall’aia; ed anche udì il grido del suo signore, come già aveva uditi, appena giunto alle falde della collina, i tre squilli del corno di Anselmo.

— Eccomi, messer conte! — diss’egli accorrendo. — Ed ecco tali aiuti, contro cui non varranno le potenze d’inferno.