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ad una moltitudine sconosciuta, che si faceva beffe di lui e della sua autorità comitale.

Pensò allora che non troppo lungi dovevano essere i suoi militi, e ricordò di aver al fianco il suo corno d’olifanto. Lo recò tosto alle labbra e ne trasse fuori due squilli poderosi, indi subito un terzo, che era per chieder soccorso. Ma la turba degli uomini rossi, accerchiandolo, si prese giuoco di lui.

— Sono in caccia i tuoi militi, o conte! — gii dicevano, ballandogli intorno il frescone. — Sono in caccia sulla montagna di Biestro, e non udranno i tre squilli della tua paura. Sono in caccia di lepri e di starne, e sei tu che li hai mandati lontani da te, per rimanere in caccia di miglior selvaggina. Tu volevi la bella figliuola del tuo servo Dodone; prendevi allegramente i suoi baci, mentre i falciatori lavoravano a furia sul prato, per guadagnar la sua mano. Ah, ah, povero conte! quei baci ti rimarranno sul cuore, aspettandone invano degli altri. —

Così gridavano, beffardamente, e ballavano la ridda.

Legio, frattanto, presa per mano la sposa