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a smettere. Era mastro Bernardo che compariva sull’uscio di casa, col vassoio de’ bicchieri in una mano e col suo fiasco prezioso nell’altra. Mai fiasco e bicchieri furono raccomandati a più trepide mani, e ben se ne avvide il Picchiasodo, che, voltatosi a quel grido improvviso, fu sollecito a sostenere que’ dolcissimi pesi.

— Per amor del cielo, messeri, che vuol dir ciò? — chiese l’ostiere, con voce tremebonda.

— Animo, via, mastro Bernardo! — entra a dirgli il Picchiasodo, con quel suo piglio burlesco. — Non si sforacchiano mica le tue botti, nè la tua pancia, perbacco!

— Oh, Gesummaria! che cos’è stato? Ah capisco, ora! — soggiunse il povero oste, ricordandosi. — Messer Giacomino.... Ah, maledetta lingua! Ma spero che non andrete più oltre.... Nella mia osteria!... E che dirà il magnifico marchese quando saprà che avete fatto uno sfregio a suo genero.... al magnifico signor conte di Cascherano.... a un gentiluomo di quella fatta? Nobilissimo signore, per carità, non date retta alle offese di quel giovinastro. È un matto, credetelo.... e ai matti non si presta orecchio. —

E intanto che così parlava a frasi spezzate, come voleva lo stato dell’animo suo, mastro Bernardo, aiutato e costretto dal Picchiasodo, gli veniva mescendo il vino nel bicchiere.

Giacomo Pico a cui rinfiammavano lo sdegno le allusioni matrimoniali dell’oste, perdette a dirittura la pazienza al sentirsi dare di giovinastro e di matto.

— Taci là, vecchio rimbambito! — gli disse, schizzando rabbia dagli occhi.