Pagina:Barrili - Castel Gavone.djvu/253


— 242 —

così ad occhio, aveva misurato lo spazio che gli bisognava percorrere con quella ságola posticcia. Le due corde annodate bastavano, solo che egli si curvasse un pochino sull’orlo del pozzo, per calare il crocco fin sotto l’anello della secchia, che si dondolava beatamente sul pelo dell’acqua.

— Ripesco io? — disse il Maso, offrendosi a quella fatica.

— Sì, per gittarmi anche il crocco nel pozzo! Tirati in là, scimunito, e tienmi piuttosto la balestra, ella non mi si sciupi nel fango.

— Dite bene, Falamonica; sono uno scimunito; — borbottò il Maso, crollando il capo e tirandosi col sommo delle dita un sentore, anzi una voglia, di baffi. — Sono uno scimunito, — aggiunse poscia in cuor suo, — se non cavo i piedi di qua. —

Il Falamonica intanto a calar la sua fune. Tutto andò com’egli aveva immaginato. Il crocco dondolava, faceva le giravolte a due o tre spanne dalla secchia. Bisognava dunque spenzolarsi sull’orlo del pozzo e allungare il braccio, perchè il gancio arrivasse; pel resto, non si trattava che di cogliere il punto buono e infilare il dente nell’anello insidiato.

Il Maso guardava, e guardando pensava.

— Faccio, o non faccio? — chiese egli perplesso a sè medesimo.

La tentazione c’era; l’occhiata sospettosa in giro l’aveva già data, e si vedeva solo nella forra, solo col suo aguzzino, il cui capo spariva dietro le spalle, incurvate sulla bocca del pozzo.

— Animo, a te, lanternone senza moccolo! — disse il Falamonica, sporgendo un braccio dietro di sè. — Dammi una mano, che son per toccare. —