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zio, tornato dall’India, il signor Cesare Gonzaga, un bell’uomo, ancor giovane, coi suoi capegli grigi, che ha la debolezza di non voler essere chiamato marchese, essendolo: come un altro, non essendolo, avrebbe quella di farsi dare quel titolo. È un carissimo uomo, del resto, e metterà un po’ di brio in questi vostri ricevimenti, che mi paiono, scusate, un tantino monotoni.

— Ci vengono tutti i vostri amici, e le mie amiche migliori; — osservò la contessa.

— Ah, sì, parliamone, delle vostre migliori amiche. La Savelli, che non è male, ma sta dura, intirizzita, come un idolo indiano. La Carini, che è carina, ma non ha preferenze che per i capegli bianchi; che posa! La Robusti, che non ha spalle, e vuol farlo sapere. La Gleisenthal, che è stravecchia e oramai dovrebbe smettere.

— Smetter che? Di venire a vedere un’amica? — ripigliò la contessa. — Del resto, le volete giovani e belle? C’è la Manfredi.

— Sicuro, una fanciulla. Ma che strana tenerezza vi ha presa, che volete dappertutto