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Studenti comincino dalle belle lettere. Se io fossi in lui, io vorrei anzi gridare a’ giovani piemontesi, volonterosi di studiare, di attendere all’acquisto delle lingue, alla robusta e vera eloquenza, alla medicina, alle leggi, alle fortificazioni, alla dritta filosofia, ed in somma a quelle scienze ed arti delle quali hanno bisogno e per loro particolar vantaggio e per fare sempre piú fiorire il paese loro; e gli esorterei a lasciar buttar via il tempo agli oziosi e pazzi stranieri nell’acquisto delle infinite cognizioni inutili, e raccomanderei loro principalmente di apprendere a scrivere con puritá ed eleganza in italiano e in francese per rendersi vie piú abili a servire il sovrano nelle segreterie, negli offici.

Che non volle il signor Bartoli nostro, quando si pose a scrivere del dittico, prender anzi ad imitare que’ due nostri abati galantuomini, uno de’ quali è certo in cielo, che scrissero de’ marmi torinesi? Obbligati que’ due a spiegare i marmi che sono incastrati nel muro sotto l’interior porticato dell’universitá nostra, con poche dissertazioni li spiegarono tutti ; che se toccava a lui a fare quella fatica, ci accresceva la pubblica libreria della metá per lo meno. Cosi, come que* due degni abati, scrivono coloro che sanno e che fuggono la letteraria ciarlataneria.

Forse ch’io qui trascorro un poco con la penna, e parlo forse con piú alta voce che ad un poeta da tre quattrini par mio non converrebbe; ma questa mia benedetta natura, soverchio veritiera, io non la posso alle volte frenare a mio modo, e massimamente quando io vedo o sento certe cose che la ragion mia mi mostra pazze e vane e che da tanti falsi e pidocchiosi dottori mi vengono celebrate per sublimi e magne e venerande; e tale è, non lo mi posso cavar del capo, questa fanfaluca del dittico quiriniano.

Se io fossi stato nel Bartoli e se avessi saputa trovare, come ha trovata egli nell’anno 1744, la Vera spiegazione di quel dittico, io l’avrei pubblicata sicuramente in alcuno di que’ sei anni che sono scorsi d’allora in poi, senza soverchio corredo di erudita impostura. E se il Bartoli non crede che io l’avessi potuta «nel breve spazio di sei anni» pubblicare, io gli posso giurare il