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E qui si noti bene che io divido lo studio comunemente chiamato «delle antichitá» in due parti. La prima, che non approvo in alcun modo, è lo studio degli antichi monumenti da’ dodici Cesari in su, anzi dalla donazione di Costantino indietro: studio che io soglio chiamare «delle anticaglie», perché questa parola ha un po’ dello spregevole nel suo vero significato. Né qui intendo dire di que’ pittori, scultori, architettori o simil gente, che studiano intorno alle statue e marmi antichi ancora esistenti a’ tempi nostri, perché quello si dee chiamar piuttosto osservare e copiare che studiare gli antichi monumenti. La seconda poi, che è quella ch’io chiamo «vero studio delle antichitá», è lo studio delle antichitá che possono avere influenza sulla storia, da Costantino e da papa Silvestro sino a noi; studio che può riuscire di vantaggio a piú d’un sovrano e per conseguenza a piú d’un paese, per molte ragioni, che chi è alcun poco pratico de’ vari interessi e delle cose di molti principi europei saprá scorgere da sé facilmente, senza che io mi dia ora l’incomodo di farne un trattato giá fatto da altri. Ma quello «studio delle anticaglie» non è da favorire, secondo me, né da proteggere pubblicamente in nessun paese (eccetto in Roma, perché colá le anticaglie sono un gran capo di commercio, grazie alla curiositá delle altre nazioni), perché studio che priva la patria di alcun bello ingegno, rendendoglielo inutile. E da questi miei principi è nato in me quel ribrezzo, quel pochin d’astio ch’io ho con quell’accademia cortonese, instituita perché gli accademici ricevuti in quella «attendono spezialmente alle antichitá etrusche»: accademia fondata sicuramente dal piú solenne pazzo che sia stato da Orlando in qua; e pazzi letterati sono per mia fé tutti que’ signori accademici, il piú famoso de’ quali è stato capace di fare un distico in lingua etrusca dopo vinticinque anni di studio, come vi dissi di sopra, e dal quale fra vinticinque altri anni, se sarem vivi, aspetto un qualche bel sonettino alla maniera del Zappi, recitato dal poeta della corte di Porsenna in lode del generoso Muzio Scevola. Le anticaglie greche e latine le metto tutte in un mazzo colle etrusche, e nolle vorrei vedere né nel mio paese né in altri studiate perdutamente da tanti, eccetto da qualche romano,