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verrá poeta tragico in Italia che sia veramente un gran poeta, e potrá forse usare i versi sciolti in tragedia anche per questa ragione, che sono men naturali in poesia che la rima; comeché poi io pensi sempre che la buona tragedia rimata fará sempre in teatro miglior effetto che la egualmente buona non rimata.

Ma per oggi io sono stanco di piú favellare su questo proposito, onde faccio pensiero di venire stringendo il sacco e di accostarmi al fine di questa ormai troppo lunga lettera.

Diciamo solamente ancora che se alle da me recate ragioni avesse posto mente il Dryden, facilmente gli sarebbe passato il dispiacere che provava in dover pure scrivere le sue cose in rima; e il vostro amico Spence anch’egli si sarebbe rimosso dalla sua opinione, e piú di questi due inglesi averebbono schifato i versi senza rima tanti nostri italiani e non gli avrebbero tanto a sproposito lodati. Ma il male è che quasi tutta quella buona gente che sa o che crede di sapere di greco a’ tempi nostri, non vuol gustare alcun cibo il quale non abbia la sua buona salza di greco; e con le loro grecherie benedette vanno fuori di strada e, quel che è peggio, vi tirano anco grecheggiando que’ che non ne sanno, e camminano con quella benda greca sugli occhi che loro non lascia scorgere il buono e naturai cammino; e sono cosi briachi delle loro anticaglie greche, che credono una bene accesa lanterna, che loro faccia un bellissimo lume per via, quell’aristotelico candelotto di cera gialla che sempre portano in mano. Invece di studiare la natura della lor lingua vogliono arrabbiatamente modellarsi sugli antichi, e poi le scritture loro grechissime se ne vanno dal pizzicagnolo o se ne stanno a far la muffa nelle librerie; e poi gridano e si scatenano come spiritati addosso al secolo, e gli dicono ogni villania, e vogliono a marcia forza che il comune degli uomini sia senza un’oncia di discernimento e di gusto, perché non discerne e non gusta le loro stupendissime pretese bellezze.

G. Baretti, Prefazioni e polemiche.