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I Al signor DON REMIGIO FUENTES milanese Voi avete ragfion da vendere, il mio soavissimo signor don Remigio, quando mi dite che alla mia traduzione di Cornelio necessario sarebbe il porre in fronte una erudita prefazione. Voi dite bene; ma vi avete voi dimentico chi sia il Baretti? Vo’ ’1 sapete pure, ch’e’ sa poco latino e meno greco! Or come volete voi ch’e’ faccia una prefazione che meriti quel bel nome di erudita? Sapete pure che a nessuna scrittura si dà, che non sia piena zeppa di latino e se non si vedono almeno almeno due o tre citazioni greche per ogni pagina. Io vedo bene ch’io mi potre’ aiutare con de’ libri italiani e franzesi, e qualche bel motto latino mi darebbe anche il cuore di cavamelo fuori, e cosi fare un buonissimo pasticcio de’ pensieri e delle opinioni rapite altrui; ma, domine, io non sono fatto a questa foggila. E poi chi sa s’io sare’ uomo da sottoscrivermi sotto gli altri e stare a detta? Io credo di no; e se ve l’ho pur a dire, quel poco di studio che ho fatto intorno alle cose teatrali m’ha poste in testa certe opinioni che poco han che fare con alcune di certi venerandissimi barbassori vecchi e nuovi, i quali, per quanto a me pare, ce n’hanno date a bere di molte: voglio dire che certi sedicenti maestri in tutta quanta l’arte poetica ne hanno dati certi precetti (per ristringermi ad un particolare) di G. Barstti, Prefazioni e polemiche. 3