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però piú tardi anche dal dott. Francesco Tassi e dall’ab. Tansini nella loro introduzione alle Opere di Niccolò Machiavelli cittadino e segretario fiorentino, Italia, 1813, i, pp. iv-v: cfr. anche l’edizione delle Opere di Niccolò Machiavelli, Milano, Silvestri, 1820, i, p. x), e contro il quale il Baretti volse poi gli aculei velenosi della sua terribile penna in un’altra lunga lettera della stessa Scelta di lettere familiari (t. 11, lett. xxxiv «Di Gioseffo Pelli a Pierlorenzo Del Signore»), che è stata pubblicata anche da L. MoRANDi (op. cit., pp. 195-228). Il Custodi (loc. cit., i, 280 segg.) ha ristampato la lett. xxxii del t. 11 di quella Scelta barettiana.

Su questo «chiacchieramento politico», come il Baretti lo chiama scherzosamente, scrivendo a Vincenzo Buiovich (da Londra, 14 febbraio 1772, in Opere, edizione de’ Classici cit., iv, 236-9), cfr. particolarmente la curiosa e interessante lettera che il Baretti scrisse da Londra a lord Charlemont il 25 febbraio 1772 (ne’ miei Studi e ricerche, pp. 419-23), e le pagine che gli dedica C. Ugoni, Della letteratura italiana nella seconda meta del sec. XVIII (Milano, Bernardoni, 1856, i, 57-63), notevoli soprattutto pel parallelo che vi si fa, sia pure «offuscante» pel Baretti (come afferma r Ugoni), tra i giudizi del Macaulay e quelli del critico torinese.

Vili

Il Discours sur Shakespeare et sur tnonsieur de Voltaire par Joseph Baretti secrétaire pour la correspondence étrangère de l’ Acadetnie royale britannique (á Londres, chez I. Nourse, librairie du roi, et á Paris, chez Durand neveu, mdcclxxvii) non ebbe altre edizioni.

Quanto alle copie che dell’opera doveano pubblicarsi a Parigi, è noto, per bocca stessa del Baretti (cfr. la lettera al fratello Amedeo, da Londra 5 dicembre 1777, ne’ miei Studi e ricerche, pp. 502-6), che lá si vollero tutte «castrate» da un censore voltairriano, che fu, come A. Neri ha rilevato {Due aneddoti letterari poco noti, in Gazzetta letteraria di Torino, an. x, n. 24), il noto giornalista e letterato G. B. Suard. Onde il Baretti, che aveva riposte in quell’opera grandi speranze e la giudicava, non a torto, la miglior cosa che s’avesse mai scritto (cfr. specialmente le lettere: a G. M. Bicetti, da Londra 5 maggio 1777, in Opere,