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recitando dal suo presidente, e poiché ho tradotto quell’originale sotto a’ suoi occhi medesimi. Perché, sciocca e maligna bestiuola, perché non lasciar correre accoppiati i nomi di due antichi amici, onde il mondo potesse ragionevolmente presumere che il traduttore non doveva essersi discostato punto dal senso dell’autore? Ma ditemi un poco, signor Luigi Siries: perché io non valuto soverchio una cosa, sará permesso ad ogni ladroncello di furarmela? Confessate il vero, ladroncello, confessatemelo! Voi mi furaste quel po’ di «merito», non mica sul supposto ch’io non lo «valutassi per niente», ma sibbene per attribuirvi a fraude l’opera mia, onde potervi spacciare nella cittá vostra per molto dappiú che non siete. Che questa sia stata l’ idea vostra ribalda, lo scorgo da un passo equivoco della vostra insulsa e vile prefazione, laddove dite furbescamente e con due frasacce stolte che «la traduzione è nata sul Tamigfi» e che «ha presa poi una nuova forma sull’Arno». Con coteste parole pseudopoetiche voi voleste far intendere ai vostri fiorentini che voi medesimo avevate tradotto i discorsi del cavalier Reynolds quando foste qui in Londra, e che li ripuliste quindi a vostro agio tornatovi a casa. Bravo, signor Luigi, e bravo il proposto Lastri, che per aiutare il vostro ladroneccio ha commentato furbescamente anch’esso quelle vostre anfibologiche parole, insinuando con dolcezza, al numero trentasei delle Novelle letterarie, che «l’editore del libro pare ancora il traduttore». Ghiottoni indegni tutt’a due! Di queste notizie arricchite il mondo letterario? di queste menzogne fate mercato? E come non si vergognò quel pretaccio pincone d’entrare in lega con un Luigi Siries ed assisterlo a commettere una mariuoleria di questo genere? Ma lasci fare a me, che a suo tempo saprò pagarlo molto bene delle sue ladre fatiche ed insegnargli il vero mestiero del prete e del proposto. Riguardo a voi, ben me l’aveva scritto da Livorno il mio fratello Paolo, quando gli mandai il mio manoscritto perché vel facesse avere: non m’impacciassi per nulla col signor Luig^ Siries, tristanzuolo mal costumato, pieno di vanitá, di raggiri e di malizie, a detta d’ogni galantuomo della sua cittá. Io però, gabbato dalle vostre lettere tutte spiranti modestia e preso al